Il perfezionismo sano e quello disfunzionale

Con il termine “perfezionismo” si fa in genere riferimento all’abitudine a domandare a sé stessi o agli altri una performance di qualità maggiore, rispetto a quella richiesta dalla situazione. Ciò è accompagnato dalla tendenza ad una valutazione critica del proprio comportamento (Bastiano et al., 1994; Frost et al., 1990).


Perfezionismo “sano” e “malato”


Alcune caratteristiche del perfezionismo possono essere viste come socialmente desiderabili e appaiono essere adattive per un funzionamento psicologico sano; sforzi elevati sono spesso associati a soddisfazione personale e ad un aumentato senso di autostima. D’altra parte con perfezionismo ci si può anche riferire alla tendenza a stabilire standard elevati impossibili da raggiungere e un forte bisogno di evitare fallimenti. Burns (1993), a questo proposito, ha ritenuto importante differenziare il perfezionismo “malato” dalla “salutare ricerca di eccellere”.

Il perfezionismo “malato” secondo Burns porta a sviluppare stress al lavoro e a scuola, a oscillazioni dell’umore, come depressione ed ansia, a solitudine e difficoltà a formare relazioni strette, ad eccessiva frustrazione, rabbia e conflitti nelle relazioni personali, a problemi nell’apprendere da critiche, fallimenti ed errori, alla procrastinazione e alla difficoltà nello sperimentarsi in compiti difficili.


Terry-Short e collaboratori (1995), seguendo la teoria di Skinner (1968), differenziano il perfezionismo “sano" da quello “malato” sulla base della storia dei rinforzi che hanno portato al suo costituirsi: il perfezionismo positivo sarebbe il frutto di una storia di rinforzi positivi, mentre il perfezionismo negativo di rinforzi negativi cioè di agenti rinforzanti che consistono nel rimuovere qualcosa da una situazione. Uno stesso comportamento può essere associato a stati emotivi differenti a secondo che sia funzione di un rinforzo positivo o negativo; in seguito ad una storia di rinforzi positivi, il comportamento è percepito come frutto di una libera scelta mentre se lo stesso comportamento è messo in atto per evitare conseguenze negative, è percepito come obbligatorio.


Caratteristiche principali del perfezionismo "malato"

1-Paura di fallire

2-Insoddisfazione costante per i propri risultati

3-Convinzione che si deve far colpo sugli altri tramite la propria intelligenza e i risultati e che questo è l'unico modo per guadagnare la loro approvazione

4-Quando si sbaglia o si fallisce un obiettivo, si diventa autocritici e ci si sente un fallimento come essere umano

5-Si pensa di dover sempre avere il controllo sulle emozioni.


Caratteristiche principali della"salutare ricerca di eccellere"


1-Creatività ed entusiasmo

2-Gli sforzi apportano sentimenti di gioia e di soddisfazione

3-Non c'è la credenza che bisogna guadagnare l'amore e l'amicizia facendo colpo attraverso le nostre performance ma si crede che le persone ci accettino come siamo

4-L'errore è visto come una possibilità di apprendimento

5-Non si teme che gli altri ci vedano vulnerabi


Secondo Strober (1991, cit. in art. di Hewitt e Flett, 1995), tre aspetti della personalità fortemente legati al perfezionismo sono:

Bassa ricerca della novità - il perfezionista, infatti, si cimenta in poche attività e solo in quelle in cui è sicuro di avere una performance perfetta.

Eccessivo evitamento del danno - il perfezionista sente la necessità di evitare di apparire imperfetto; ciò può essere letto come il voler evitare critiche negative da parte di altri.

Dipendenza dalle ricompense - vedi la dipendenza dall’approvazione degli altri.


Studi e teorie che hanno dato più rilievo agli aspetti sociali del perfezionismo

Hamacheck (1978) ha rilevato che l’eccessiva preoccupazione di compiere errori e la paura del giudizio negativo degli altri derivano da esperienze nell’infanzia; l’amore manifestato dai genitori è condizionato alla performance del bambino e le approvazioni sono inconsistenti; il bambino non si sente mai soddisfatto perché il suo comportamento non è mai abbastanza corretto per guadagnare l’approvazione dei genitori e attua uno sforzo continuo per ottenerla. Burns (1980) sostiene che genitori perfezionisti utilizzano il ritiro dell’affetto e la disapprovazione come punizione e che i loro bambini tendono a rispondere agli errori con ansia e paura, come se qualcosa dovesse essere evitato.

Uno studio di Frost e collaboratori (1991) ha trovato che il livello di perfezionismo e la severità riportata dalle madri è collegata al perfezionismo nelle figlie; le madri che riportano un maggior livello di perfezionismo, hanno figlie con problemi psicologici di maggiore intensità; anche le ragazze che percepiscono il padre molto severo (indipendentemente da come il padre stesso valuta la sua severità) hanno un elevato livello di perfezionismo. Sembra dunque che il perfezionismo del figlio sia associato con i rigidi standards dei genitori.

Alcuni consigli terapeutici per affrontare il perfezionismo

In primo luogo, è utile favorire l’acquisizione di una maggiore consapevolezza dei propri tratti perfezionistici, portando all’attenzione il problema del perfezionismo e individuando gli ambiti della vita quotidiana in cui ha standard eccessivamente elevati (risultati scolastici, apparenza fisica, lavori domestici).

In secondo luogo può essere utile esplorare come il perfezionismo influenzi l’opinione di sé stessi, le relazioni e le situazioni al lavoro ed a scuola. Infine, è importante provare ad focalizzare i fattori, individuali e sociali, presenti o passati, che possono aver influito sullo sviluppo e sul mantenimento di tendenze perfezionistiche, riflettendo dunque sia sul ruolo di una società che da’ molta importanza al controllo sia su come i genitori reagiscono a successi e fallimenti del figlio e sia sulla possibile componente genetica di questo tratto.


Burns (1980) suggerisce di fare un’analisi dei costi e dei benefici, cioè di individuare alcune credenze disfunzionali alla base delle tendenze perfezionistiche (es. “Io devo cercare di essere sempre perfetto”; “Le persone penseranno peggio di me se compirò un errore”) e di esse elencare in due diverse colonne i vantaggi e gli svantaggi nel mantenerle. L’autore propone inoltre un esercizio su una situazione specifica in cui, prima di tutto, si deve descrivere una situazione nella quale il perfezionismo ha costituito un problema (a causa delle connesse auto-critiche) e di questa situazione si devono individuare i pensieri automatici, il grado di convinzione in essi, le emozioni, l’intensità di esse e il tipo di distorsioni cognitive utilizzate. I pensieri automatici negativi vanno poi sostituiti con pensieri automatici positivi e va stimata la convinzione in essi e l'intensità delle emozioni associate.


Vanderlinden (2001), infine, propone alcuni esercizi comportamentali. Uno di essi potrebbe essere quello di individuare le attività che ci si sente obbligati a svolgere in modo quasi compulsivo e pianificare dei cambiamenti in cui, gradualmente, si diminuisce la quantità di tempo dedicato ad esse. Un altro esercizio è quello della “sfida al perfezionismo” che consiste nel mettere in atto comportamenti che vanno nella direzione opposta a quella abituale (es.: gettare deliberatamente i vestiti nei cassetti in modo disordinato, non rifare volutamente il letto, studiare volutamente di meno).



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