I processi decisionali in situazioni di rischio


I processi decisionali in economia e in psicologia

Nel 1978 Herbert Simon, psicologo statunitense, vince il premio Nobel per l’economia per le sue ricerche sui processi decisionali nelle organizzazioni economiche. Negli stessi anni, Daniel Kahneman, psicologo israeliano, si interroga assieme al collega Amos Tversky su come si modifichino i processi decisionali quando ci si trova in situazioni di rischio, fino ad avanzare la Teoria del Prospetto.

Fino ad allora la teoria comunemente condivisa è quella dell’utilità attesa, modello di scelta razionale usato per descrivere il comportamento economico dei soggetti, che sceglierebbero secondo la reale probabilità di ricavare un guadagno dalla loro decisione.

Decidere in un momento di rischio

I due psicologi tuttavia notano che questo modello non funziona nei casi in cui il soggetto è posto in condizioni di rischio, esponendo alcuni esempi. Ai partecipanti alla ricerca vengono proposti differenti dilemmi, riscontrando sistematiche trasgressioni al principio dell’utilità attesa.

Ad esempio, è stato chiesto di scegliere tra le seguenti possibilità:

  1. 50% di possibilità di vincere 1000; 50% di possibilità di non vincere nulla

  2. Un guadagno sicuro di 450.

I soggetti non considerano l’effettivo possibile guadagno derivato dal calcolo probabilistico. Gli studiosi colgono una regolarità che definiscono ‘effetto certezza’: i partecipanti, ne paragonare l’utile certo con quello probabile, sovrastimano il guadagno quando è sicuro, scegliendo nella maggioranza dei casi l’opzione B.

Oltre a verificare la preferenza dei soggetti in caso di guadagni, i ricercatori testano i processi decisionali coinvolti in caso di possibile perdita. Notano un comportamento differente da parte dei partecipanti, tanto da chiamare questo fenomeno ‘effetto riflesso‘: i soggetti preferiscono correre il rischio di una grossa perdita che è soltanto probabile, piuttosto che accettare la certezza di una più piccola perdita. Lo stesso principio – la sovrastima del dato certo – favorisce l’avversione al rischio quando si parla di guadagni e la ricerca del rischio quando ci sono in gioco delle perdite.

I processi decisionali nella vita quotidiana

Questa scoperta viene analizzata dagli autori che elencano le diverse ripercussioni della Teoria del Prospetto in ogni attività della vita quotidiana. Le persone non riflettono razionalmente sulle reali probabilità di un evento, ma selezionano le informazioni in base a schemi individuali soggettivi, fino a determinare scelte differenti: i ricercatori definiscono questa modalità come ‘effetto isolamento‘. Ad esempio, una persona può investire i propri soldi in una attività con una probabilità di perdere l’intero capitale. D’altro canto, vi è la possibilità di guadagnare un fisso o di avere una percentuale sui guadagni. La certezza di un ricavo incrementa l’attrattiva di questa opzione, mentre non vengono considerate le alternative ugualmente probabili.

Due fasi dei processi decisionali nella Teoria del Prospetto

La teoria del prospetto, proposta dagli autori, descrive i processi decisionali composti di due fasi (1) il montaggio, ovvero la raccolta di informazioni e l’analisi delle diverse prospettive e (2) la valutazione dei diversi scenari possibili e la scelta di quella che rappresenta per il soggetto l’alternativa con il maggior valore.

Le scelte soggettive derivano quindi da operazioni di semplificazione, cancellazione e considerazione dell’influenza del contesto: la stessa persona può compiere scelte diverse di fronte allo stesso problema proprio a causa della presenza di un processo alla base poco scientifico e difficilmente ripetibile.

I ricercatori creano quindi una nuova equazione che consideri le diverse componenti emerse, ottenendo una formula maggiormente aderente ai reali processi di decision making. Questa equazione mostra una notevole applicabilità in diversi ambiti, tanto da far vincere a Daniel Kahneman il premio Nobel per l’economia, nel 2002, insieme all’economista americano Vernon Smith, per aver dimostrato come i processi decisionali dell’uomo siano guidati da euristiche e bias.




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