Hikikomori e ritiro sociale

Il termine “Hikikomori” è stato coniato dallo psichiatra Tamaki Saito e tradotto dallo stesso in “social withdrawal” (ritiro sociale), anche se le sue prime manifestazioni in Giappone vennero descritte nel 1978 da Kasahara, per riferirsi a soggetti che abbandonavano la scuola o il lavoro per lunghi periodi e che non erano altrimenti diagnosticati come depressi o schizofrenici. Hikikomori è una patologia diagnosticabile in persone che hanno trascorso almeno sei mesi in una condizione di isolamento sociale, di ritiro dalle attività scolastiche o lavorative, senza alcuna relazione al di fuori della famiglia. Il periodo medio di isolamento sociale è di circa 39 mesi, ma può variare da pochi mesi a parecchi anni. Solitamente riguarda giovani di età compresa tra 19 e 30 anni, maschi primogeniti nella maggioranza dei casi, che decidono di rinchiudersi volontariamente in una stanza, evitando qualunque contatto con il mondo esterno, familiari inclusi. Solo il 10% dei soggetti interessati è di sesso femminile e di solito il periodo di reclusione è limitato. Secondo alcuni, il numero degli adolescenti Hikikomori riconosciuti è di circa due milioni (l’1% della popolazione, percentuale simile all’incidenza della schizofrenia) e il dato è in continua crescita nonostante i casi dichiarati siano inferiori rispetto alle stime. I sintomi della sindrome dell’Hikikomori descritti da Saito sono: ritiro sociale, fobia scolare e ritiro scolastico, sintomi ossessivi-compulsivi, apatia, letargia, umore depresso, inversione del ritmo circadiano di sonno veglia. Spesso, l’Hikikomori è stato erroneamente confuso con la schizofrenia a motivo del ritiro sociale e della bizzarria della sintomatologia, ma le allucinazioni e i deliri, caratteristici di un disturbo del pensiero sul versante psicotico, non sono presenti. La diagnosi di un disturbo dell’umore potrebbe essere presa in considerazione per la possibile presenza di deflessione dell’umore, scarsa autostima, apatia e alterazioni del ritmo sonno-veglia. In Giappone molti medici utilizzano la diagnosi di disturbo evitante di personalità per Hikikomori, in quanto esistono delle analogie tra i due disturbi con un pattern comportamentale di evitamento spesso pervasivo. Anche il disturbo schizoide di Personalità potrebbe richiedere l’esigenza di una diagnosi differenziale con Hikikomori, in cui tuttavia è presente adeguata critica e sensibilità alle gratificazioni.

Per quanto l’Hikikomori sia un fenomeno sociale e una problematica della cultura giapponese, anche nella nostra società ci troviamo sempre più spesso di fronte a ragazzi che si ritirano dalla scuola, dal lavoro e dalla vita sociale per rinchiudersi in casa.

Attualmente diversi studi si stanno concentrando sulla possibilità che il fenomeno hikikomori non sia legato esclusivamente alla cultura giapponese, ma si possano osservare casi di questo tipo anche in paesi diversi.

Comprendere la rilevanza del fenomeno potrebbe essere importante nella gestione e nel trattamento di queste persone, per evitare che una volta raggiunta la piena età adulta essi mostrino notevoli difficoltà di reinserimento, soprattutto in seguito all’impossibilità dei genitori ormai divenuti anziani di occuparsi ancora pienamente di loro.

Uno studio condotto nel 2012 (Kato et al.) si è proposto di indagare la presenza del fenomeno anche in culture differenti. A partire dall’analisi di cartelle cliniche di giovani socialmente ritirati, è stato trovato che 239 su 247 psichiatri hanno riconosciuto il ritiro sociale, del tipo già descritto circa il disturbo dell’hikikomori, come un fenomeno clinico e sociale presente anche nelle loro popolazioni. Lo studio ha coinvolto psichiatri provenienti da Australia, Bangladesh, India, Iran, Giappone, Corea, Taiwan, Tailandia e Stati Uniti. Tuttavia ancora non si è giunti a stimare la prevalenza e il grado di rilevanza del fenomeno nelle culture non giapponesi. Nell’articolo si parla solo di una potenziale minaccia anche in altri paesi del mondo circa il fatto che potrebbero trovarsi a fronteggiare lo stesso tipo di problematiche già riscontrate in Giappone con adulti di mezza età inabili a prendersi cura di se stessi.

Il disinvestimento dei giovani verso la vita sociale e lavorativa, anche se non esattamente analogo all’hikikomori, è stato riscontrato anche in alcuni paesi occidentali. Nel Regno Unito, ad esempio, si utilizza la sigla NEET (not in employment, education or training) per indicare i giovani non impegnati in attività lavorative o educative. Negli Stati Uniti si utilizza il termine adultoscelent per indicare quei giovani adulti che ancora vivono con i loro genitori e che non sembrano avviarsi verso una vita propria indipendente dalla famiglia.

Uno studio del 2014 (Carli et al.) condotto in 11 paesi europei ha trovato che i giovani che usano internet, la tv o i videogames per molte ore al giorno, che hanno una vita sedentaria e ridotte ore di sonno rappresentano un rischio invisibile per la società. Questo gruppo di persone nasconde in realtà dei preoccupanti segnali di rischio per lo sviluppo di psicopatologie e di comportamenti suicidari. La rassegna di Teo e Gaw del 2010 si è invece focalizzata principalmente sui segnali di possibili disturbi psicopatologici che si manifestano con il comportamento del ritiro sociale. Esso è stato infatti riconosciuto come un sintomo tipico di patologie come la Schizofrenia, il Disturbo d’Ansia Sociale, il Disturbo Depressivo Maggiore e alcuni disturbi di personalità come i profili schizoidi ed evitanti. Tuttavia, un notevole sottogruppo di casi clinici non riscontrava i criteri per la diagnosi di alcun disturbo psichiatrico. Teo e Gaw concludono quindi che il ritiro sociale grave o acuto potrebbe in futuro essere incluso nel DSM come una nuova psicopatologia a sé stante (Teo e Gaw, 2010).

A differenza di altri disturbi psicopatologici che provocano comportamenti esternalizzati ben evidenti alle famiglie e agli operatori della salute, come uso di sostanze o comportamenti sessuali a rischio, i giovani che si caratterizzano per un ritiro dalla vita sociale e lavorativa sembrano essere molto più invisibili e il loro disagio rischia di passare inosservato. Gli studi presenti relativi al fenomeno sono ancora relativamente pochi, in particolare per quanto riguarda la manifestazione del comportamento nelle culture al di fuori del Giappone, e proprio la natura nascosta di questi pazienti rende più difficile la programmazione di future ricerche sul fenomeno.

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