Psicologia sociale: La diffusione di responsabilità

Kitty Genovese è una ragazza di New York, gestisce un bar e vive con la sua compagna in un appartamento nel Queens. La notte del 13 marzo 1964, rientrando a casa, viene pugnalata alle spalle da Winston Moseley. I vicini dalle loro case gridano qualcosa all’aggressore, che in un primo momento si allontana. Poco dopo, Moseley torna a cercare la giovane, la trova agonizzante e la uccide. Questo caso di cronaca nera suscita scalpore nell’opinione pubblica per un risvolto particolarmente inquietante: si stima difatti che 38 persone abbiano assistito all’aggressione, ma nessuno è intervenuto. Sebbene l’aggressore abbia impiegato più di mezz’ora per uccidere la vittima, le persone che hanno assistito al crimine dalle loro abitazioni non sono scese in strada a prestare soccorso.

I vari opinionisti cercano di motivare tale comportamento con concetti come “decadenza morale”, “deumanizzazione provocata dall’urbanizzazione”, “alienazione” e via dicendo. Milgram e Hollander (1964) affermano che la persona che assiste a una situazione di emergenza, come un’aggressione, vive un conflitto interiore: da un parte vi sono le norme morali che impongono di aiutare il prossimo, dall’altra parte sussistono paure più o meno razionali relative a cosa potrebbe succedere.

Darley e Latané, due psicologi sociali, approfondiscono questo fatto. La loro opinione è che in alcuni casi le norme morali siano indebolite da altri fattori, ad esempio la presenza di altri osservatori. Questo porta a due conseguenze: la diffusione della responsabilità (così come della potenziale vergogna per non essere intervenuti) e il lecito dubbio che qualcun altro si sia già mosso per cercare aiuto, pur non avendone la certezza. Con questi presupposti, emerge una chiara ipotesi: più persone assistono a un’emergenza, più si riscontra la probabilità che ogni spettatore non intervenga o lo faccia più lentamente.


L’esperimento

Per verificare questa tesi, i ricercatori reclutano 72 studenti di psicologia, dicendo loro che sarebbero stati coinvolti in una discussione sulla vita universitaria. Ciascuno veniva portato in una stanza nella quale poteva comunicare con gli altri attraverso un citofono, in turni di due minuti a testa, al fine di salvaguardare l’anonimato (in realtà questa modalità rende lo studio più vicino all’episodio di Kitty Genovese). Durante la discussione, un ragazzo prende la parola, ma d’improvviso si sente male. I sintomi sembrano quelli di un attacco epilettico e in effetti il ragazzo ha precedentemente detto di soffrirne. I partecipanti sentono al citofono la sua richiesta d’aiuto: se – se qualcuno potesse … – ho bisogno – se qualcuno .. sento che sto male – mi, mi sta per venire un attacco – sento che sto per morire. Dopo queste parole, si sentono dei rantoli e poi più nulla. Per due minuti gli altri partecipanti non possono comunicare tra di loro.


La variabile indipendente è la numerosità del gruppo, che può variare da due a sei partecipanti. Il soggetto sperimentale è sempre e solo uno, gli altri (vittima e altri membri della discussione) sono solo voci registrate. La variabile dipendente principale è il tempo di latenza tra l’inizio dell’audio in cui si sente la vittima stare male e chiedere aiuto e l’uscita del soggetto dalla stanza per chiedere aiuto.

I risultati mostrano che l’85% dei partecipanti che sanno di essere l’unico interlocutore della vittima cercano aiuto in modo tempestivo (prima che la vittima smetta di parlare), mentre nel caso in cui la discussione avviene in gruppo solo il 31% dei soggetti interviene per chiedere supporto. La vittima ha quindi maggior probabilità di essere aiutata quando a essere presenti sono una o due persone, mentre questa probabilità cala quando ad assistere sono, ad esempio, in cinque. A 45 secondi dall’inizio della simulata crisi epilettica, la probabilità che intervenga l’unico interlocutore presente è del 50%, mentre se gli interlocutori sono cinque la probabilità si azzera. Questi risultati sembrano essere confermati al netto di altre variabili, come il sesso o alcuni tratti di personalità, ad esempio la desiderabilità sociale.

Alla fine dell’esperimento, viene chiesto ai soggetti di definire quali pensieri hanno avuto nel momento in cui hanno sentito la vittima star male. Emerge che i soggetti non riescono a definire con esattezza cos’hanno pensato, e affermano per lo più: non sapevo cosa fare, ho pensato che dovesse trattarsi di uno scherzo, non capivo cosa stava succedendo.

Nel commentare i risultati raccolti, gli autori affermano che probabilmente i soggetti non hanno deciso di non rispondere. Piuttosto emerge una sorta di conflitto interno, come se si chiedessero: devo fare qualcosa oppure no?, dato che sembra confermare la teoria di Milgram e Hollander. In seguito Latané e Darley (1969) continueranno i loro esperimenti sul bystander effect, affermando che potrebbero esserci due meccanismi alla base del fenomeno analizzato. In primo luogo, la mancanza di preoccupazione mostrata dagli altri membri del gruppo potrebbe comportare una valutazione sommaria e sottostimata dell’evento. Inoltre, la diffusione della responsabilità, come già mostrato, determinerebbe scarsa probabilità di intervento.


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